“Un discepolo non riterrebbe opportuno seguire il Maestro per questo, vale a dire, affermazioni, versetti, o discussioni. Perché questo? Perché per molto tempo avete imparato gli insegnamenti, ricordandoli, recitandoli, scrutandoli con la mente, e comprendendoli in teoria. Ma un discepolo riterrebbe opportuno seguire il Maestro persino se mandato via per conversazioni riguardo all’austerità che aiutano ad aprire il cuore, e che portano esclusivamente alla disillusione, allo svanire dell’avidità, alla cessazione, alla pace, alla conoscenza diretta, al risveglio, e all’estinzione. Vale a dire, conversazioni riguardo all’avere pochi desideri, alla soddisfazione con poco, all’isolamento, al ritiro, all’attivare energia, all’etica, alla concentrazione, alla saggezza, alla libertà, e alla conoscenza e visione della libertà. Essendo così, Ānanda, c’è un pericolo per l’insegnante, un pericolo per lo studente, e un pericolo per il praticante spirituale. E qual è il pericolo per l’insegnante? È quando qualche maestro frequenta un riparo isolato, la natura, la radice di un albero, una collina, una gola, una grotta di montagna, un cimitero, una foresta, l’aria aperta, un mucchio di paglia. Mentre dimora ritirato, viene visitato da un flusso di bramini e laici, e da gente dalle città e da tutto il Paese. Quando questo accade, lui si lascia infatuare, cade nell’avidità, e torna all’indulgenza. Questo si chiama il pericolo per l’insegnante. Viene rovinato da qualità malvagie e cattive che corrompono, che portano a vita futura, che sono dannose, e che risultano in sofferenza e in nascita, vecchiaia, e morte future. Questo è il pericolo per l’insegnante.