Entravo a quattro zampe nei recinti delle mucche dopo che il bestiame se ne era andato e mangiavo lo sterco dei giovani vitelli lattanti. Finché la mia urina e feci duravano, mangiavo persino quelle. Il mio mangiare le cose più innaturali era così. Mi addentravo profondamente in una foresta terrificante e dimoravo lì. Era così terrificante che normalmente farebbe venire la pelle d’oca a chi non è libero dall’avidità. E nei giorni delle ondate di freddo, quando cade la neve in pieno inverno, rimanevo all’aperto di notte e nella foresta di giorno. Ma durante l’ultimo mese dell’estate rimanevo all’aperto di giorno e nella foresta di notte. Poi questi versi, che non furono né ispirati in maniera sovrannaturale, né imparati in passato, mi vennero in mente: ‘Bruciato e congelato, solo nella foresta terrificante. Nudo, senza fuoco accanto a cui sedersi, il saggio continua la sua ricerca’. Facevo il letto in un cimitero, con le ossa dei morti come cuscino. Poi gli zoticoni del villaggio venivano da me. Mi sputavano, urinavano, e gettavano fango addosso. Mi infilavano persino stecchini nelle orecchie. Ma non ricordo di aver avuto nemmeno un pensiero brutto per loro. Il mio dimorare nell’equanimità era così.