Allora il Re Pasenadi uscì da Sāvatthī nel mezzo del giorno con circa cinquecento cavalli, diretto verso il monastero. Andò in carrozza fino a quando il terreno lo permise, poi scese e si avvicinò al Buddha a piedi. Si inchinò e si sedette a lato. Il Buddha gli disse: “Cosa succede, grande re? Il Re Seniya Bimbisāra di Magadha è arrabbiato con te? O i Licchavi di Vesālī? O qualche altro sovrano nemico?” “No, Signore. Nel mio regno c’è un bandito di nome Aṅgulimāla. È violento, sanguinario, un assassino incallito, spietato nei confronti degli esseri viventi. … Devo fermarlo” “Ma, grande re, immagina di vedere che Aṅgulimāla si è tagliato capelli e barba, ha indossato l’abito marrone, e ha lasciato la vita di casa per quella mendicante. E che si astiene dall’uccidere, rubare, e mentire. Si astiene dal mangiare la sera, mangia in una sola parte del giorno, ed è casto, morale, e di buon carattere. Cosa gli faresti?” “Mi inchinerei a lui, mi alzerei in sua presenza, e gli offrirei da sedere. Lo inviterei ad accettare abiti, cibo, ripari, e medicine e provvigioni per malati. E organizzerei la sua protezione e guardia. Ma, Signore, come può essere che un uomo così immorale e malvagio possa avere tali virtù e tale contegno?”