Discorsi medi: I cinquanta di mezzo

ฉบับแปลอิตาลี · Sutta Piṭaka — The Basket of Discourses · Volume 13 · 685 pages

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  1. Page 1–17 Kandaraka Sutta – Quattro tipi di persone che tormentano se stesse e gli altri Il Buddha soggiorna a Campā, sulla riva dello stagno Gaggarā. Pessa, figlio di un addestratore di elefanti, e l'asceta errante Kandaraka si recano da lui. Pessa chiede dei quattro tipi di persone: chi tormenta se stesso, chi tormenta gli altri, chi tormenta entrambi e chi non tormenta né sé né gli altri. Il Buddha indica che solo il quarto tipo ha una mente appagata, perché segue il nobile sentiero fino alla liberazione senza nuocere a nessuno. Porta come esempi l'asceta nudo che pratica austeri
  2. Page 18–23 Aṭṭhakanāgara Sutta – Le undici porte dell'immortale esposte da Ānanda Il capofamiglia Dasama di Aṭṭhakanagara si reca dal venerabile Ānanda a Beluvagāma, presso Vesālī, e chiede se vi sia un unico insegnamento del Buddha grazie al quale la mente si libera e gli āsava si estinguono. Ānanda risponde che ci sono ben undici vie: i quattro jhāna, le quattro dimore divine e tre stati meditativi senza forma; chi li sviluppa e poi considera che quello stato è costruito e impermanente raggiunge l'estinzione degli āsava, o almeno diventa un non-ritornante che non rinasce pi
  3. Page 24–32 Sekha Sutta – La pratica del discepolo in addestramento esposta da Ānanda I Sakya di Kapilavatthu costruiscono una nuova sala delle assemblee e invitano il Buddha a usarla per primo. Egli espone il Dhamma per gran parte della notte, poi affida ad Ānanda l'esposizione della pratica del discepolo in addestramento (sekha). Ānanda spiega che il nobile discepolo in addestramento deve essere perfetto nella virtù, controllare i sensi, conoscere la misura nel cibo, non indulgere nel sonno, possedere sette buone qualità e raggiungere facilmente i quattro jhāna; chi pratica cos
  4. Page 33–47 Potaliya Sutta – La vera rinuncia agli affari mondani e il pericolo dei piaceri sensuali Il capofamiglia Potaliya, che ha abbandonato le attività e i discorsi mondani, è contrariato perché il Buddha lo chiama «capofamiglia». Il Buddha spiega che la vera rinuncia agli affari mondani secondo la disciplina dei nobili consiste nell'abbandonare otto cose: l'uccidere, il prendere ciò che non è dato, il mentire, la parola maldicente, l'avidità, la maldicenza e l'ostilità, la rabbia e la presunzione, e non solo nel cessare di lavorare. Poi espone sette similitudini sui piaceri sensuali, com
  5. Page 48–53 Jīvaka Sutta – La regola dei tre casi in cui i bhikkhu possono o non possono mangiare carne Il medico Jīvaka Komārabhacca chiede al Buddha se sia vero, come alcuni affermano, che egli mangi consapevolmente carne di animali uccisi appositamente per lui. Il Buddha lo nega e stabilisce che la carne che il bhikkhu non deve mangiare è quella che ha visto, sentito o sospetta essere stata uccisa appositamente per lui; la carne che non rientra in questi tre casi può essere mangiata. Spiega che il bhikkhu che sviluppa gentilezza amorevole, compassione, gioia partecipe ed equanimità e riceve il
  6. Page 54–55 Upāli Sutta (parte iniziale) – I tre tipi di bastone secondo i nigaṇṭha Il Buddha soggiorna a Nāḷandā, mentre anche il Nigaṇṭha Nātaputta si trova nella stessa città con un grande seguito. Il nigaṇṭha Dīgha Tapassī si reca dal Buddha e discute con lui dei «bastoni» (daṇḍa), cioè le colpe che portano a compiere il male, che il Nigaṇṭha Nātaputta ha stabilito essere tre: il bastone del corpo, della parola e della mente. Dīgha Tapassī afferma che secondo la loro dottrina il bastone del corpo è il più grave degli altri due. Questa parte è l'inizio della disputa sull'imp
  7. Page 56–78 Upāli Sutta – Il capofamiglia Upāli passa dai nigaṇṭha al Buddha Il sutta prosegue dalla parte iniziale in cui il nigaṇṭha Dīgha Tapassī discute con il Buddha della colpa dei bastoni del corpo, della parola e della mente nel compiere il male; il Buddha indica che il bastone della mente (l'intenzione mentale) è il più grave, contrariamente alla credenza dei nigaṇṭha che considerano il bastone del corpo come il più importante. Il Nigaṇṭha Nātaputta invia allora il capofamiglia Upāli, suo importante discepolo, a sconfiggere il Buddha nel dibattito; ma Upāli, asc
  8. Page 79–86 Kukkuravatika Sutta – Il frutto di chi pratica il voto del bue e il voto del cane Puṇṇa Koliyaputta, che pratica il voto di comportarsi come un bue, e l'asceta nudo Seniya, che pratica il voto di comportarsi come un cane (camminando a quattro zampe e mangiando cibo da terra), chiedono al Buddha quale frutto avrà nella vita futura praticare tale austerità per tutta la vita. Il Buddha risponde francamente che, se la si porta a compimento, si rinascerà proprio tra i buoi o tra i cani; ma se si crede che tale austerità porti a rinascere come deva, ciò è visione errata e conduce a
  9. Page 87–93 Abhayarājakumāra Sutta – Si deve dire una parola vera ma sgradita? Il Nigaṇṭha Nātaputta istruisce il principe Abhaya a porre al Buddha una domanda a doppio taglio (per coglierlo in fallo) sulle parole sgradite agli altri, citando il caso in cui il Buddha aveva rimproverato Devadatta, sperando che non potesse rispondere in nessuno dei due modi. Il Buddha risolve la questione distinguendo le parole secondo la verità, l'utilità e il gradimento di chi ascolta, e le paragona a un padre che, per compassione, è disposto a far un po' male al figlioletto per togliergli
  10. Page 94–99 Bahuvedanīya Sutta – Quanti tipi di sensazione esistono, e quale felicità è più raffinata di quella dei piaceri sensuali Il carpentiere Pañcakaṅga chiede al venerabile Udāyī quanti tipi di sensazione abbia insegnato il Buddha. Udāyī risponde tre (piacevole, dolorosa, né-dolorosa-né-piacevole), ma Pañcakaṅga obietta che la sensazione né-dolorosa-né-piacevole è anch'essa una forma raffinata di piacere, e quindi dovrebbero essere due; discutono senza mettersi d'accordo. Ānanda riferisce la questione al Buddha, che spiega che le sensazioni possono essere classificate in molti modi secondo diversi punti di vista: nessu
  11. Page 100–110 Apaṇṇaka Sutta – L'insegnamento sicuro e infallibile per chi non ha un maestro in cui confidare Il Buddha si reca al villaggio di Sālā, nel paese dei Kosala, e insegna ai brahmani capifamiglia di Sālā, che non hanno ancora un maestro in cui confidare, ad attenersi all'«apaṇṇaka dhamma», cioè un principio sicuro qualunque sia la verità delle varie credenze filosofiche. Confronta la prima coppia di visioni contrapposte: quella per cui non esistono frutti del kamma né un mondo futuro (natthika-diṭṭhi) e quella per cui esistono; e indica che il saggio dovrebbe scegliere di fare il bene in ogni
  12. Page 111–122 Apaṇṇaka Sutta (conclusione) e strofa riassuntiva del Gahapati Vagga Il Buddha espone il Dhamma agli abitanti di Sālā (i brahmani capifamiglia di Sālā) con il principio dell'«apaṇṇaka dhamma», la via infallibile, portando come esempio quattro coppie di visioni contrapposte, come se il kamma abbia o non abbia frutto, se esistano o no cause e condizioni; insegna che il saggio dovrebbe scegliere di fare il bene e abbandonare il male in ogni caso, per essere al sicuro in entrambi i casi: se la credenza nel kamma fosse davvero falsa non si perde nulla, ma se si è negl
  13. Page 123–133 Ambalaṭṭhikārāhulovāda Sutta – L'esercizio di non mentire e l'esame delle azioni nei tre modi Il Buddha si reca ad Ambalaṭṭhikā a istruire il novizio Rāhula. Usando le similitudini dell'acqua rimasta sul fondo di un recipiente, del recipiente capovolto e del recipiente vuoto, insegna che chi non esita a mentire consapevolmente non conserva nulla della condizione di asceta; poi lo paragona a un elefante da guerra che, non curandosi più della vita, espone perfino la sua amata proboscide. Insegna a Rāhula a riflettere sempre sulle azioni del corpo, della parola e della mente, prima, durante
  14. Page 134–142 Mahārāhulovāda Sutta – I cinque elementi e la consapevolezza del respiro Il Buddha insegna a Rāhula a considerare i cinque aggregati come «questo non è mio, questo non sono io, questo non è il mio sé», poi spiega i cinque elementi – terra, acqua, fuoco, aria e spazio – sia interni sia esterni al corpo, perché li veda secondo realtà fino al disincanto e al distacco. Gli insegna a sviluppare la meditazione in modo che la mente sia salda come questi elementi, che non sono turbati da ciò che li tocca, gradito o sgradito; gli insegna inoltre la gentilezza amorevole, la co
  15. Page 143–153 Cūḷamālukya Sutta – Le questioni non dichiarate e la similitudine della freccia avvelenata Il venerabile Māluṅkyaputta riflette sul fatto che il Buddha non risponde a dieci questioni metafisiche, come se il mondo sia eterno o no, se il mondo sia finito o no, se l'anima e il corpo siano la stessa cosa o cose diverse, se il Tathāgata esista o no dopo la morte; decide allora di interrogarlo e minaccia di lasciare l'ordine se non risponde. Il Buddha dice di non aver mai promesso a nessuno di rispondere a queste domande, poi espone la similitudine dell'uomo colpito da una freccia avvelenat
  16. Page 154–162 Mahāmālukya Sutta – I cinque legami inferiori Il Buddha chiede ai bhikkhu dei cinque legami inferiori. Il venerabile Māluṅkyaputta risponde di ricordarli: la visione della personalità, il dubbio, l'attaccamento a regole e riti, il desiderio sensuale e la malevolenza. Ma il Buddha obietta che la risposta è troppo grossolana, perché perfino un neonato, che non ha ancora alcun pensiero del corpo o dei piaceri sensuali, porta queste contaminazioni latenti (anusaya) nascoste nella mente. Espone la via per abbandonare i legami inferiori: sviluppa
  17. Page 163–165 Bhaddāli Sutta – Mangiare una volta al giorno e ammettere la propria colpa Il Buddha raccomanda ai bhikkhu di mangiare in una sola seduta (ekāsanabhojana), perché ciò porta poca malattia, vigore e una vita serena. Ma il venerabile Bhaddāli dichiara di non poterlo fare, temendo che gli causi disagio; anche quando il Buddha gli suggerisce di mangiarne una parte e conservare il resto per dopo, rifiuta di nuovo. Per questo Bhaddāli non osa presentarsi al Buddha per tre mesi, non avendo seguito la regola di addestramento da lui stabilita. In seguito, saputo che il Buddha st
  18. Page 166–178 Bhaddāli Sutta (parte finale) – La confessione della colpa e la similitudine del cavallo di razza Il venerabile Bhaddāli confessa la colpa di non aver seguito di buon grado la regola di addestramento. Il Buddha accetta la confessione e insegna che vedere la propria colpa e rimediarvi è crescita nella disciplina dei nobili. Poi paragona il bhikkhu che segue pienamente l'insegnamento a un cavallo di razza ben addestrato che accetta ogni fase dell'addestramento fino in fondo. Spiega perché si debbano stabilire nuove regole di addestramento quando alcuni fanno sorgere gli āsava nel Saṅgha, e con
  19. Page 179–192 Laṭukikopama Sutta – La similitudine della quaglia legata da un rampicante marcio e dell'elefante che spezza le catene Il venerabile Udāyī riflette su quante cose dolorose il Buddha abbia rimosso e quante cose piacevoli abbia portato al Saṅgha, e va a raccontargli la propria esperienza nell'abbandonare il pasto fuori orario. Il Buddha paragona chi resta attaccato alle piccole regole con ostinazione a una quaglia legata da un rampicante marcio, che sembra debole ma può farla morire; al contrario, il giovane di buona famiglia che vede davvero il pericolo dei piaceri sensuali abbandona facilmente ciò che gli è caro
  20. Page 193–202 Cātumā Sutta – I quattro pericoli per chi si ordina e il congedo dei bhikkhu rumorosi Nel villaggio di Cātumā il Buddha congeda un gruppo di bhikkhu ospiti che fanno rumore come pescatori che si contendono il pesce, finché i Sakya e Brahmā Sahampati vengono a pregarlo di riaccoglierli, con le similitudini dei semi privi d'acqua e del vitello privo della madre. Sāriputta e Moggallāna esprimono opinioni diverse sul congedo: il Buddha rimprovera Sāriputta per aver pensato che avrebbe dimorato tranquillo da solo, e loda Moggallāna che si assume il compito di prendersi cura del Saṅgha
  21. Page 203–213 Naḷakapāna Sutta – Perché il Buddha dichiara la destinazione dei discepoli defunti A Naḷakapāna il Buddha chiede ai giovani di buona famiglia che si sono ordinati seguendolo, come i venerabili Anuruddha, Bhaddiya e Kimbila, se si dilettano nella vita santa. Anuruddha risponde di sì, perché hanno ottenuto la gioia e la felicità dei jhāna, più raffinate della felicità mondana. Il Buddha spiega che, pur avendo estinto gli āsava, egli continua a trattare con saggezza certi āsava per dare l'esempio. Poi spiega perché dichiara la destinazione dei discepoli defunti, ad esempio come e
  22. Page 214–220 Gulissāni Sutta – Il comportamento del bhikkhu della foresta quando vive nel Saṅgha Sāriputta, a proposito di un bhikkhu di nome Gulissāni che vive nella foresta ma ha modi rozzi quando viene nel Saṅgha, espone che il bhikkhu della foresta che viene a stare nel Saṅgha deve essere rispettoso e deferente verso i compagni nella vita santa, abile nel prendere posto, non entrare nel villaggio fuori orario, non frequentare troppo le famiglie, non essere agitato, parlare con misura, avere buoni amici, controllare i sensi, conoscere la misura nel cibo, essere vigile, consapevole, conce
  23. Page 221–235 Kīṭāgiri Sutta – Il pasto unico e la pratica graduale Soggiornando vicino al villaggio di Kīṭāgiri, il Buddha insegna ai bhikkhu ad astenersi dal cibo fuori orario (non mangiare la sera), perché ciò rende il corpo forte e con poche malattie; ma un gruppo di bhikkhu, Assaji e Punabbasuka, non vuole seguirlo nonostante le correzioni. Il Buddha insegna allora che l'arahant che ha estinto gli āsava non ha più bisogno di spronarsi alla diligenza, mentre il bhikkhu ancora in addestramento deve continuare a esercitarsi per raggiungere il sentiero e il fru
  24. Page 236–239 Tevijjavacchagotta Sutta – L'asceta errante Vacchagotta chiede dell'onniscienza L'asceta errante Vacchagotta chiede al Buddha se sia vero che egli dichiari di conoscere e vedere ogni cosa, costantemente e senza interruzione. Il Buddha respinge questa affermazione esagerata, ma dice di possedere le tre conoscenze: il ricordo delle vite passate, l'occhio divino che vede la morte e la rinascita degli esseri, e l'estinzione degli āsava. Vacchagotta chiede poi se esista un laico che, senza aver abbandonato i legami, abbia posto fine alla sofferenza. Il Buddha risponde di no, ma
  25. Page 240–249 Aggivacchagotta Sutta – La similitudine del fuoco estinto e la liberazione del Tathāgata L'asceta errante Vacchagotta interroga il Buddha su dieci questioni metafisiche, come se il mondo sia eterno o non eterno, se sia finito o no, se l'anima e il corpo siano la stessa cosa, se il Tathāgata esista dopo la morte. Il Buddha rifiuta di abbracciare qualsiasi di queste visioni, perché tutte portano a sofferenza e agitazione e non sono la via per la fine della sofferenza. Usa la similitudine del fuoco che si spegne per esaurimento del combustibile: come non si può dire in quale direzione
  26. Page 250–262 Mahāvacchagotta Sutta – Vacchagotta si ordina e diventa arahant L'asceta errante Vacchagotta chiede al Buddha di esporre in breve ciò che è salutare e ciò che non lo è. Il Buddha espone le tre radici non salutari – avidità, avversione e illusione – e le loro opposte salutari, e le dieci vie d'azione. Vacchagotta chiede quanti discepoli abbiano raggiunto la realizzazione suprema, e il Buddha risponde che ci sono molte centinaia di bhikkhu, bhikkhunī, discepoli laici e discepole laiche che hanno raggiunto i vari frutti. Vacchagotta è così colmo di fiducia da c
  27. Page 263–269 Dīghanakha Sutta – Sāriputta raggiunge lo stato di arahant mentre fa vento al Buddha L'asceta errante Dīghanakha, nipote di Sāriputta, espone la propria visione: «nulla mi è accettabile». Il Buddha mostra che tale visione e quella opposta portano allo stesso modo all'attaccamento e alla contesa. Poi espone il Dhamma sul corpo, impermanente, sofferente e simile a una malattia, e sui tre tipi di sensazione – piacevole, dolorosa e neutra – tutte impermanenti, soggette a sorgere e cessare; chi vede ciò secondo realtà prova disincanto, si distacca e si libera. In quel momento Sāriput
  28. Page 270–275 Māgandiya Sutta (parte iniziale) – L'accusa che il Buddha sia un distruttore della crescita Il Buddha soggiorna a Kammāsadhamma, borgo del paese dei Kuru, alloggiando nella sala del fuoco del brahmano del clan Bhāradvāja. Un asceta errante di nome Māgandiya, vedendo il giaciglio d'erba preparato per il Buddha, lo critica dicendo che Gotama è un «bhūnahu», cioè un distruttore della crescita e della prosperità della vita, perché insegna a controllare i sensi e a non immergersi nei piaceri sensuali. Il Buddha, saputolo, viene a interrogarlo e spiega che addestrare occhio, orecchio, naso,
  29. Page 276–287 Māgandiya Sutta (parte finale) – La similitudine del lebbroso e la felicità dei piaceri sensuali Il Beato prosegue la conversazione con l'asceta errante Māgandiya, paragonando chi è ancora attaccato ai piaceri sensuali a un lebbroso che si gratta le piaghe su una fossa di carboni ardenti e prova sollievo, mentre si fa sempre più male. Indica che la felicità dei piaceri sensuali è solo una percezione distorta, non la vera felicità come il nibbāna, che è la vera assenza di malattia. Poi paragona chi non ha la saggezza per vedere il Dhamma a un cieco dalla nascita a cui viene venduto con l'ing
  30. Page 288–309 Sandaka Sutta – Quattro vite sante insoddisfacenti e la vera vita santa A Kosambī il venerabile Ānanda va a conversare con l'asceta errante Sandaka e il suo seguito, esponendo gli insegnamenti che il Buddha ha dichiarato essere quattro modi di negare la vita santa: il nichilismo (non esistono male e merito, con la morte tutto finisce), la dottrina secondo cui qualunque cosa si faccia non è né male né merito, la dottrina che nega cause e condizioni (gli esseri si purificano o si contaminano senza causa) e la dottrina dei sette corpi eterni e immutabili; e altri quatt
  31. Page 310–330 Mahāsakuludāyi Sutta – La vera ragione per cui i discepoli rispettano il Maestro (parte iniziale) A Rājagaha il Buddha si reca dall'asceta errante Sakuludāyī, che sta discutendo sul perché i maestri di varie scuole, come Pūraṇa Kassapa e il Nigaṇṭha Nātaputta, non siano rispettati dai propri discepoli, mentre i discepoli del Buddha lo rispettano e lo venerano profondamente. Sakuludāyī propone cinque ragioni, come il fatto che mangi poco e sia appagato di vesti, cibo d'elemosina, alloggio e solitudine; ma il Buddha respinge queste ragioni, perché egli stesso non le osserva sempre rigorosament
  32. Page 331–341 Mahāsakuludāyi Sutta (seguito) Questa parte prosegue il sutta iniziato nella parte precedente (senza titolo all'inizio perché è un testo continuo). Il Buddha spiega all'asceta errante Sakuludāyī i quattro jhāna con varie similitudini, come la polvere per il bagno, lo stagno fresco, i fiori di loto nell'acqua e il panno bianco che avvolge il corpo, per mostrare che la gioia e la felicità del jhāna pervadono tutto il corpo. Poi parla delle qualità per cui i discepoli lo rispettano e hanno fiducia in lui: l'insegnamento a vedere
  33. Page 342–351 Samaṇamaṇḍikā Sutta Il Buddha soggiorna al Jetavana. L'asceta errante Uggāhamāna, figlio di Samaṇamaṇḍikā, afferma che chi non commette il male con il corpo, la parola e la mente e non si guadagna da vivere in modo scorretto (quattro qualità) è un asceta perfetto nel bene, supremo. Il carpentiere Pañcakaṅga, udito ciò, non è d'accordo e porta la questione al Buddha. Il Buddha mostra che, se così fosse, anche un tenero neonato ancora in fasce, che non può fare nulla con il corpo, la parola e la mente, dovrebbe esser
  34. Page 352–366 Cūḷasakuludāyi Sutta Il Buddha si reca dall'asceta errante Sakuludāyī a Rājagaha. Sakuludāyī afferma che la dottrina del suo maestro sostiene l'esistenza di un «splendore supremo», ma interrogato su che cosa sia non sa rispondere. Il Buddha lo paragona a un uomo che si dice innamorato della donna più bella del paese senza sapere nulla di lei: sono parole vuote. Poi confronta la luminosità, dalla lucciola fino al sole, per mostrare l'inconsistenza di quell'affermazione. Parla quindi del mondo esclusivamente felice e
  35. Page 367–373 Vekhanasa Sutta L'asceta errante Vekhanasa (che il Buddha chiama Kaccāna) si reca al Jetavana e, come Sakuludāyī, esclama che la sua dottrina possiede uno «splendore supremo», ma non sa spiegare che cosa sia. Il Buddha usa la stessa similitudine del sutta precedente, confrontando la luce dalla lucciola fino al sole, per mostrare l'inconsistenza di tale affermazione. Poi dice che il piacere sensuale è considerato la felicità suprema da chi non conosce una felicità più raffinata, ma l'arahant che ha estinto gli ā
  36. Page 374–385 Ghaṭīkāra Sutta (inizio, non ancora concluso in questa parte) Inizia un nuovo capitolo (Rāja Vagga). Il Buddha, in viaggio nel paese dei Kosala, sorride per un motivo; Ānanda gliene chiede la ragione, ed egli racconta un evento passato al tempo del Buddha Kassapa, nel borgo di Vebhaḷiṅga, dove il vasaio Ghaṭīkāra era il principale sostenitore laico, colmo di fiducia. Ghaṭīkāra invita più volte il suo caro amico, il giovane brahmano Jotipāla, ad andare a trovare il Buddha Kassapa, ma questi rifiuta con disprezzo dicendo: «Perché andare a vedere quell'asceta
  37. Page 386–387 Ghaṭīkāra Sutta (conclusione) Parte finale della storia del vasaio Ghaṭīkāra, raccontata dal Buddha ad Ānanda. Vi si narra che i bhikkhu, dovendo coprire il tetto della capanna del Buddha Kassapa, finiscono per togliere il tetto della casa di Ghaṭīkāra, e i genitori di Ghaṭīkāra se ne rallegrano grandemente. Anche quando in seguito il re Kikī di Kāsi gli manda del riso in ricompensa, Ghaṭīkāra lo rifiuta per il suo appagamento. Il racconto si conclude con il Buddha che rivela di essere stato lui, in quella vita, il giovane b
  38. Page 388–414 Raṭṭhapāla Sutta Un giovane di buona famiglia di nome Raṭṭhapāla, della città di Thullakoṭṭhita, dopo aver ascoltato il Dhamma dal Buddha desidera ordinarsi, ma i genitori non glielo permettono perché è figlio unico. Raṭṭhapāla allora digiuna per protesta finché i genitori acconsentono, a condizione che torni a trovarli. Poco dopo l'ordinazione raggiunge lo stato di arahant e torna a visitare il paese natale. Il padre cerca di indurlo a lasciare l'ordine allettandolo con enormi ricchezze e con le sue ex mogli, m
  39. Page 415–428 Makhādeva Sutta Il Buddha, soggiornando a Mithilā, sorride suscitando la curiosità di Ānanda, e racconta la storia del re Makhādeva del passato, che alla vista del primo capello bianco, segno della vecchiaia, cedette il regno al figlio e si ritirò dal mondo per coltivare le quattro dimore divine, stabilendo questa buona tradizione che figli e nipoti tramandarono per molte generazioni, fino al re Nimi, ultimo re della stirpe, che fu invitato a visitare il cielo dei Tāvatiṃsa ma scelse di tornare a regnare second
  40. Page 429–439 Madhurā Sutta Il re Madhura Avantiputta di Madhurā si reca dal venerabile Mahākaccāna e gli chiede dell'affermazione dei brahmani secondo cui la casta brahmanica è la più elevata, nata dalla bocca di Brahmā. Mahākaccāna spiega con argomenti che quell'affermazione è solo una parola vuota, perché chiunque, di qualsiasi casta, se è ricco può farsi servire da persone di altre caste; se fa il male cade all'inferno allo stesso modo; se fa il bene va in paradiso allo stesso modo; se è un ladro viene punito allo stes
  41. Page 440 Bodhirājakumāra Sutta (inizio) Il Buddha soggiorna nel paese dei Bhagga, nel parco Bhesakaḷāvana presso Suṃsumāragira. Il principe Bodhi ha appena terminato la costruzione di un nuovo palazzo chiamato Kokanada, in cui nessun asceta, brahmano o altra persona ha ancora soggiornato, e manda il giovane Sañjikāputta a invitare il Buddha con il Saṅgha dei bhikkhu a un pasto nel suo palazzo il giorno seguente. Questa parte è solo l'inizio e il racconto continua nella pagina successiva.
  42. Page 441–476 Bodhirājakumāra Sutta – La vera felicità non viene dal tormentare se stessi Il Beato si reca a pranzo nella residenza del principe Bodhi e racconta la propria ricerca del risveglio al principe, che aveva posto la domanda: «La felicità si ottiene solo attraverso la sofferenza?». Egli narra lo studio presso Āḷāra e Uddaka, le pratiche ascetiche estreme fino a rendere il corpo emaciato, poi il ritorno a un'alimentazione normale e la pratica dei jhāna fino a raggiungere le tre conoscenze e risvegliarsi come Buddha; l'insegnamento del Dhamma ai cinque compagni come primo gru
  43. Page 477–488 Aṅgulimāla Sutta – Da bandito spietato ad arahant La storia di Aṅgulimāla, un feroce bandito del paese dei Kosala che uccideva le persone e ne infilava le dita in una ghirlanda. Il Buddha si incammina sulla strada dove Aṅgulimāla è in agguato, nonostante gli abitanti lo avvertano di evitarla. Quando Aṅgulimāla lo insegue ma, per il potere sovrannaturale del Buddha, non riesce a raggiungerlo, il Buddha dice di essersi «fermato», cioè di aver smesso di nuocere a ogni essere vivente; ciò fa rinsavire Aṅgulimāla, che chiede l'ordinazione. In seguit
  44. Page 489–495 Piyajātika Sutta – Il dolore nasce da ciò che è caro (parte iniziale) Un capofamiglia perde il figlio amato e ne è così addolorato da non riuscire più a lavorare né a mangiare. Si reca dal Buddha, che dice: «Dolore, lamento, sofferenza, tristezza e disperazione nascono da ciò che è caro». Il capofamiglia non è soddisfatto di questo insegnamento e pensa che l'affetto porti piuttosto felicità e gioia, e se ne va in disaccordo. In seguito la cosa giunge all'orecchio del re Pasenadi di Kosala, che concorda con il capofamiglia; la regina Mallikā manda allora il brahman
  45. Page 496–497 Piyajātika Sutta (conclusione) – Il dolore nasce da ciò che è caro Parte finale della conversazione tra il re Pasenadi di Kosala e la regina Mallikā, che porta come esempio se stessa e i paesi di Kāsi e Kosala per verificare l'insegnamento del Buddha secondo cui dolore, lamento, sofferenza e disperazione nascono tutti da ciò che è caro, perché quando ciò che è caro cambia o ce ne separiamo, ne segue la sofferenza mentale. Il re Pasenadi lo comprende e apprezza la profonda saggezza del Buddha, e pronuncia per tre volte un'esclamazione di lode delle sue qualità,
  46. Page 498–505 Bāhitika Sutta – Il re interroga Ānanda sulla condotta biasimevole Il re Pasenadi di Kosala incontra il venerabile Ānanda sulla riva del fiume Aciravatī e gli chiede se il Buddha compia azioni del corpo, della parola e della mente che asceti e brahmani saggi potrebbero biasimare. Ānanda spiega che le azioni non salutari, colpevoli, che nuocciono a sé e agli altri e causano sofferenza, sono tutte cose che il Buddha non compie, mentre le azioni salutari, irreprensibili, che non nuocciono e portano felicità, egli le compie e le loda. Il re Pasenadi è così lieto di
  47. Page 506–516 Dhammacetiya Sutta – I monumenti al Dhamma Il re Pasenadi di Kosala si reca dal Buddha nel borgo di Medaḷumpa e, con la fede più profonda, si prostra fino a baciargli i piedi. Racconta molte ragioni della sua fede, come il vedere bhikkhu che vivono la vita santa in purezza per tutta la vita, il vedere il Saṅgha vivere in concordia senza litigi, il vedere assemblee che ascoltano il Dhamma in silenzio anche senza punizioni né armi, e il vedere che perfino dei suoi carpentieri di fiducia mostrano al Buddha più rispetto che a lui. Il Buddha,
  48. Page 517–527 Kaṇṇakatthala Sutta – Le quattro caste e la purezza della mente Nel parco dei cervi di Kaṇṇakatthala, il re Pasenadi di Kosala si reca dal Buddha portando i saluti delle sue due sorelle minori, poi gli chiede se sia vero, come alcuni dicono, che il Buddha neghi che un asceta o un brahmano possa conoscere e vedere tutto contemporaneamente. Il Buddha conferma che è così. Poi spiega che le quattro caste (khattiya, brahmani, vessa e sudda), se possiedono i cinque fattori dello sforzo, possono realizzare il Dhamma allo stesso modo, senza differenze quanto alla li
  49. Page 528–547 Brahmāyu Sutta – L'anziano brahmano che verifica i segni del grande uomo Un brahmano di nome Brahmāyu, anziano di centoventi anni ed esperto dei tre Veda, sente parlare della fama del Buddha e manda il suo discepolo Uttara a verificare i trentadue segni del grande uomo. Il giovane Uttara segue il Buddha in ogni postura per sette mesi, osservando la sua condotta raffinata in ogni aspetto – il camminare, il mangiare, l'insegnare il Dhamma – e torna a riferire al maestro pieno di meraviglia. In seguito Brahmāyu stesso si reca a verificarlo di persona; il Buddha, con il
  50. Page 548–550 Sela Sutta (parte iniziale) – L'asceta dai capelli intrecciati Keṇiya invita il Buddha Inizia un nuovo sutta del Brāhmaṇa Vagga. Quando il Buddha viaggia nel paese di Aṅguttarāpa con un Saṅgha di 1.250 bhikkhu, l'asceta dai capelli intrecciati Keṇiya ne sente la fama, va ad ascoltare il Dhamma e lo invita a pranzo per il giorno seguente. Il Buddha obietta per tre volte che il Saṅgha è molto numeroso, ma Keṇiya insiste nel voler offrire il pasto, finché il Buddha accetta con il silenzio. Keṇiya chiede allora a parenti e amici di aiutarlo a preparare il luogo e il cibo. Alla fine di
  51. Page 551–557 Sela Sutta – Il brahmano Sela verifica i segni del grande uomo e diventa arahant L'asceta dai capelli intrecciati Keṇiya ha invitato il Buddha a pranzo e racconta al brahmano Sela che Gotama possiede i trentadue segni del grande uomo. Sela conduce allora i suoi trecento discepoli dal Buddha per verificare di persona quei segni. Poiché gli restano dubbi su due segni (l'organo nascosto in una guaina e la lingua ampia), il Buddha li rende visibili con il potere sovrannaturale. Sela pronuncia allora strofe di lode al Buddha come re del Dhamma che fa girare la ruota del Dhamma, e
  52. Page 558–572 Assalāyana Sutta – La confutazione della credenza che la casta brahmanica sia la più elevata Il giovane brahmano Assalāyana viene pregato dai brahmani di Sāvatthī di rappresentarli in una disputa con il Buddha sulla credenza che i brahmani siano la casta più elevata, nata da Brahmā fin dall'origine. Il Buddha confuta ogni punto: ad esempio, nelle terre degli Yona e dei Kamboja ci sono solo padroni e schiavi, e si può passare dall'una all'altra condizione; qualunque sia la casta, chi fa il male cade all'inferno e chi fa il bene va in paradiso allo stesso modo; il fuoco acceso con legni d
  53. Page 573–590 Ghoṭamukha Sutta – I quattro tipi di persone e la vera via per la fine della sofferenza Il brahmano Ghoṭamukha incontra il venerabile Udena a Bārāṇasī e afferma che non esistono asceti che pratichino davvero il Dhamma. Udena espone allora i quattro tipi di persone: chi tormenta se stesso, chi nuoce agli altri, chi fa entrambe le cose e chi non nuoce né a sé né agli altri e ha una mente calma e serena. Poi spiega in dettaglio l'apparizione del Buddha, la rinuncia al mondo, l'osservanza della virtù, il controllo dei sensi, lo sviluppo dei jhāna fino alle tre conoscenze, che è la via
  54. Page 591–605 Caṅkī Sutta – Preservare la verità, scoprire la verità e giungere alla verità Il brahmano Caṅkī del villaggio di Opāsāda discute con altri brahmani se debba andare a trovare il Buddha, e alla fine decide di andarci insieme a molti brahmani. Durante la conversazione, il giovane Kāpaṭhika interrompe e il Buddha lo ferma; poi espone un principio importante: la fede, il gradimento, la tradizione orale, il ragionamento e l'accettazione riflessiva di una visione possono tutti rivelarsi veri o falsi già in questa vita, e dunque non si deve concludere con certezza che solo una co
  55. Page 606–609 Caṅkī Sutta (conclusione) – La sequenza di qualità che conduce a giungere alla verità Il Beato risponde al giovane brahmano (Kāpaṭhika Bhāradvāja, nell'assemblea del brahmano Caṅkī) sulla sequenza di qualità che si sostengono a vicenda per giungere alla verità: si comincia dalla fede, che porta ad avvicinarsi al maestro, ad ascoltare il Dhamma, a ricordarlo, a esaminarne il significato, ad approvarlo con saggezza, e poi al desiderio, all'impegno, alla ponderazione e allo sforzo, che alla fine conducono a realizzare davvero la verità, e non al credere per sentito dire senza riflet
  56. Page 610–622 Esukārī Sutta – Il servizio e la vera condizione non dipendono dalla nascita Il brahmano Esukārī chiede al Buddha del fatto che i brahmani hanno stabilito in modo rigido, secondo la nascita, il servizio (pāricariyā) e la ricchezza propri di ciascuna casta: ad esempio, i sudda devono servire soltanto i sudda. Il Buddha respinge questa visione generalizzante, indicando che bisogna considerare se un servizio o una professione rendano la vita migliore o peggiore, e non giudicare in base alla nascita; e dice che la vera ricchezza dell'essere umano è il nobile Dhamma sovramond
  57. Page 623–640 Dhānañjāni Sutta – La diligenza e la via verso il mondo di Brahmā Sāriputta viene a sapere che il brahmano Dhānañjāni sfrutta il potere del re per opprimere i brahmani capifamiglia, e sfrutta i brahmani capifamiglia per danneggiare il re; va quindi a trovarlo e gli chiede se sia diligente. Dhānañjāni si giustifica dicendo di dover mantenere genitori, moglie e figli, servi, amici, parenti, ospiti, antenati, deva e il re, e di non avere quindi tempo per praticare il Dhamma. Sāriputta lo interroga mostrandogli che nessuno che faccia il male per queste persone può
  58. Page 641–649 Vāseṭṭha Sutta – Il vero brahmano nasce dalle azioni, non dalla nascita Due giovani brahmani, Vāseṭṭha e Bhāradvāja, discutono su che cosa renda una persona un brahmano: Bhāradvāja sostiene che si debba nascere da una famiglia pura per sette generazioni, mentre Vāseṭṭha ritiene che dipenda dalla virtù e dalla condotta. Non riuscendo ad accordarsi, vanno a chiedere al Buddha. Egli risponde con lunghe strofe: gli animali e le piante di specie diverse hanno caratteristiche chiaramente diverse che ne indicano la specie, ma gli esseri umani non hanno tali caratteristiche
  59. Page 650–660 Subha Sutta (parte iniziale) – La confutazione delle tesi brahmaniche su laici e rinuncianti e sulle cinque qualità Il giovane Subha, figlio del brahmano Todeyya, si reca dal Buddha al Jetavana su consiglio del padrone di casa e gli chiede se sia vero ciò che dicono i brahmani, cioè che solo i laici riescono nel Dhamma, mentre i rinuncianti non vi riescono. Il Buddha risponde in modo analitico (vibhajjavāda): non dipende dalla condizione, ma dal fatto che si pratichi nel modo giusto o sbagliato. Paragona l'agricoltura e il commercio per mostrare che una grande impresa può essere senza frutto se fallisce, ment
  60. Page 661–666 Subha Sutta (conclusione) – La via verso la compagnia di Brahmā e Subha si dichiara discepolo laico Il Buddha continua a rispondere al giovane Subha, figlio di Todeyya, riguardo alle cinque basi del merito stabilite dai brahmani (dire la verità, praticare l'austerità, vivere la vita santa, recitare molto e donare molto): queste qualità si trovano più tra i rinuncianti che tra i laici, perché i laici hanno molti impegni, mentre i rinuncianti ne hanno pochi e possono osservarle pienamente; e in realtà tutte queste qualità servono ad addestrare la mente a essere priva di ostilità e a non nuocere
  61. Page 667–689 Saṅgārava Sutta – Il Buddha racconta al giovane Saṅgārava la sua ricerca del risveglio Nel villaggio di Paccalakappa, la brahmana Dhānañjānī, devota al Triplice Gioiello, pronuncia un'esclamazione di omaggio al Buddha, suscitando il disappunto del giovane Saṅgārava, esperto dei tre Veda, finché la madre gli spiega che egli non conosce ancora le qualità del Buddha. Quando il Buddha arriva, Saṅgārava va da lui e gli chiede degli asceti e dei brahmani che affermano di aver raggiunto la realizzazione suprema in questa vita. Il Buddha li distingue in tre gruppi: quelli che si basano su