In quel periodo anche lo studente bramino Saṅgārava risiedeva a Sāvatthi. Era giovane, tonsurato, e aveva sedici anni. Aveva raggiunto maestria delle tre Veda, con i loro vocabolari e rituali, fonologia e classificazione delle parole, e testamento come quinto. Le sapeva parola per parola, con la loro grammatica. Era esperto in cosmologia e nei segni di un grande uomo. Sentendo l’esclamazione di Dhanañjānī le disse: “La bramina è una disgrazia! Seppur ci siano bramini esperti delle tre Veda, lei loda quel pelato, quel finto asceta” “Ma, caro ragazzo, tu non capisci l’etica e la saggezza del Buddha. Altrimenti non penseresti mai di offenderlo o di insultarlo” “Beh, allora, signora, fammi sapere quando il Buddha arriva a Caṇḍalakappa” “Lo farò, caro”, lei rispose. Poi il Buddha, passo dopo passo nella terra dei Kosala, giunse a Caṇḍalakappa, dove si fermò nel bosco di mango dei bramini Todeyya. Dhanañjānī sentì che il Buddha era arrivato. Allora andò da Saṅgārava e lo avvisò, aggiungendo: “Prego, caro ragazzo, vai pure quando vuoi” “Sì, signora”, rispose Saṅgārava. Andò dal Buddha e ci scambiò saluti. Una volta che i saluti e le cordialità terminarono, si sedette a lato e disse al Buddha: “Signor Gotama, ci sono asceti e bramini che dicono di aver raggiunto maestria dei fondamenti del percorso spirituale, di aver raggiunto la perfezione e l’illuminazione totale nella vita presente. Lei cosa ne pensa?”